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Nella tua mano

BRANI

Non so dire con le parole quello che mi dicesti con quei tuoi grandi occhi gialli. C'era paura e c'era speranza. E stavi con le tue zampine storte ben unite a guardarmi, educata e composta nel tuo abitino grigio. Ah, Cini, il colpo di fulmine esiste, oh, se esiste. E m'innamorai subito di te e non ho smesso mai di amarti un attimo in tutti questi anni. So che ti terranno bene, ma credo che ti mancherò. Tu non so se mi mancherai dove vado, ma mi dispiace che sia io a lasciarti per primo. Quante volte ho fatto i conti e talvolta, egoista, speravo di andar via prima io, talaltra, speravo andassi via prima tu per esser certo che mai in questa vita ti potesse mancare nulla. I primi tempi - ricordi? - eravamo molto benestanti e ti compravo tutto quello che potevo immaginare potesse farti felice. Poi con gli anni è andata meno bene e ti davo certi cartoccetti di avanzi che me ne vergognavo. Ma tu mangiavi sempre di buon appetito, con quei tuoi bei piccoli scatti della testa per far salire il boccone. Mai mi rimproveravi di non poterti dare il meglio. E poi, la sera, mi salivi sul petto e dormivamo così, insieme. Tu con la tua paura di vivere che, forse, un poco si chetava sul mio petto, io con la mia. Ti prendevo la mano, che zampa di certo la tua non era. La tua mano così fluida mi faceva sognare, non so perché, isole lontane dove tutto era diverso. Tu ed io correvamo per la savana come due grandissimi leoni. Tu te la lasciavi stringere, la mano, e lasciavi che giocassi con le tue unghie arcuate come fossero piccoli monili. E mi addormentavo così, stringendoti la mano. Vorrei farlo anche adesso, Cini, anche se so che domani mi chiamerai ed io non potrò dirti: vieni, Cini, fai saltone.
Il camice bianco entrò, guardò la scena, gli feci cenno di tacere, di non spaventarti. Lui unì le mani come a pregare e le scosse come a dire: ma queste sono cose da pazzi! Ma non ti mandò via. Tu alzasti la testa vigile, al suo ingresso, ma poi capisti che avevi me e che nulla poteva farti del male o forse, capisti molto di più, e mettesti la tua testolina sul mio petto.
I medici stanno in piedi, ti spiegai per fare un po' di conversazione, e noi malati stiamo distesi così loro sono i vincitori e noi siamo gli sconfitti. Volevo andarmene partendo dal nostro letto di casa, come una notte qualunque. Non hanno voluto. Però hanno chiuso un occhio e hanno lasciato che ti portassero qui. No, non è per salutarti, è per addormentarci insieme. Domani, stai sicura, domani avrai egualmente l'acqua nel bicchiere accanto al mio letto e i tuoi piccoli giochi e tutto ciò che ti occorre. Non avrai me, ma infondo, io a che ti servivo? Io ti amavo solo da pazzi. [da: Gatto e controgatto,  in corso di pubblicazione]


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