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Leggendo Mobù

PRESENTAZIONI > Mobù satiro metropolitano

Leggendo Mobù

Molti testi, se soprattutto intendono toccare argomenti complessi, spesso celano la difficoltà anche narrativa dei contenuti, dietro una patina apparentemente frivola (uno per tutti: Gargantua e Pantagruele). Il motivo di questa scelta stilistica è duplice: aiutare chi scrive ad avere una pietra di paragone sulla scorrevolezza della trattazione di argomenti complessi e nello stesso tempo selezionare il lettore in modo che il lettore non preparato colga solo la superficie, vi scivoli sopra e non possa fraintendere e mal intendere per impreparazione i concetti più complessi. E' una sorta di scrittura "iniziatica" che non usa la cifra seriosa del linguaggio per iniziati, ma usa un metodo molto meno appariscente ma non meno esclusivo e efficace.

Rabelais a questo proposito molto efficacemente nella introduzione a Gargantua e Pantagruele usa la metafora del cane che non si ferma alla superficie dura dell'osso perché sa che dentro vi è la dolcezza del midollo.

Questa è la chiave di scrittura di Mobù satiro metropolitano che appunto rientra nello stile della scrittura simbolista, detta scrittura "colta" perché richiede appunto una preparazione notevole per poter trovare la chiave dei contenuti usando la superficie narrativa come "supporto" logistico della lettura.

In effetti i livelli narrativi in Mobù sono molteplici ed intrecciati volutamente perché sia chiara la convinzione di chi scrive che di qualsiasi affermazione o accadimento non vi può essere una interpretazione unica e definitiva, ma solo una possibile lettura "cangiante", relativa e mutevole. Come disse con molta chiarezza Roberto Spagnuolo, l'autore, nella presentazione del libro a Trieste il 15 febbraio 2013, l'arte astratta così come la scrittura simbolista e dell'assurdo, programmaticamente propongono a chi legge un procedimento di inferenza induttiva che dagli effetti consenta di intuire le cause e non viceversa, come nel procedimento deduttivo dove gli effetti sono in vero già impliciti nelle cause, pertanto l'inferenza induttiva è "ampliativa" della conoscenza, quella deduttiva lascia invariata la conoscenza. Le premesse in Anna Karenina, un rapporto adulterino in una società dalle regole ferree, non possono portare ad effetti diversi da  quelli che Tolstoj racconta: emarginazione e sconfitta. Un romanzo – capolavoro del romanzo ottocentesco – come appunto Anna Karenina ha meriti tecnici, narrativi, di capacità psicologica di costruire i personaggi, ma non aggiunge nulla alla "conoscenza" del lettore. I Rinoceronti di Ionesco non forniscono una soluzione, lasciano la possibilità a chi legge di "indurre" una sua struttura narrativa costruita sulle suggestioni del testo, struttura che non è né vuol essere la soluzione nascosta come in un gioco enigmistico che Ionesco infantilmente propone al lettore, ma è una suggestione che lascia al lettore la possibilità di scoprire il paesaggio che sente più vicino tra gli infiniti che nelle linee e nei molteplici equilibri si possono scorgere.

La chiave "sessuale" di Mobù è inevitabile. Certo non è questa una cosa nuova e pertanto non deve stupire. Il sottofondo insistentemente corporale serve a sviare da una parte l'attenzione del lettore, dall'altra a costruire uno sfondo di "certezze" inequivocabili sulle quali ogni suggerimento certamente metafisico può meglio stagliarsi e può meglio per contrasto trarre forza. Il ridicolo della interpretazione del peccato originale come un peccato sessuale sarebbe subito evitato se la sessualità in quel contesto fosse manifesta. E' questa la chiave consacrata da Rabelais e che si è rivelata insostituibile. Del resto in questo tipo di trattazioni è fondamentale la collocazione chiara del lato metafisico e di quello fisico ed indubbiamente lo "eccesso" nello scenario "fisico" leva ogni possibilità di intendere ciò che non è "strillato" come una  insinuazione erotica o perversa, cosa che invece è molto comune in certa letteratura. Si vuole cioè affermare che la esplorazione di una realtà complementare non è l'esplorazione del lato perverso dell'uomo. Questo è il chiaro, efficace, inequivocabile uso di una corporalità che spiana ogni pruriginosa tentazione di intendere il "peccato" come violazione di banali regole di comportamento corporale.

Spagnuolo, se non abbiamo contato male, usa la parola "cazzo" 397 volte su 470 pagine. Ora, chiunque non sia proprio sprovveduto, vedendo usare questo termine in modo quasi disincantatamente urologico e mai come veicolo di situazioni erotiche, passionali o scabrose, comincerà a coglierlo come uno sfondo sul quale pare del tutto ovvio che un aspetto metafisico dell'uomo non possa non essere oggetto dell'attenzione dell'autore.

Sempre citando l'autore nella riuscita presentazione triestina: cosa è un libro? ha un peso, un volume, un colore, un odore persino: è un oggetto fisico, ma al suo interno contiene dei segni che sono dei simboli. Simboli di che? in che "dimensione" si collocano i concetti evocati da tali simboli? E' ovvio che l'uomo sia, insieme al suo organicismo anche la capacità di astrazione la quale costruisce un uomo metafisico non meno reale di quello empirico. Le difficoltà di rapporto tra queste due facce della stessa medaglia hanno, secondo l'autore, segnata la storia dell'uomo. Mobù satiro metropolitano è una "passeggiata" in questo intrigante mistero.

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